12/02/14

Resistance fighters

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Amal stava a testa bassa con gli occhi fissi al suolo per la vergogna di vedere la miseria in cui era costretta a vivere. A volte sembrava quasi sollevarsi dal pavimento per i grandi sospiri che silenziosamente faceva, come se volesse scacciare da dentro di sé il peso di una vita difficile, iniziata male e che pareva, se possibile, finire peggio.
Era seduta con i suoi due figli su di un materasso adagiato sul pavimento di fronte alla frugale cena servita su di un grande vassoio rotondo al centro di una stanza spoglia.
La cena consisteva in un pugno di riso con qualche verdura in cui, se si era particolarmente fortunati, si poteva trovare nascosto un minuscolo pezzetto di pollo.
Ogni volta che Amal alzava gli occhi dal piatto il suo sguardo si soffermava sull'unico quadro che arredava la stanza e che ritraeva tutti i membri della sua famiglia divenuti martiri durante la prima intifada quando una bomba israeliana centrò in pieno la sua casa.
Allora Amal aveva appena 4 anni, l'età di suo figlio minore Islam che oggi si litiga con sua sorella Karama, di appena 3 anni più grande di lui, il boccone migliore.
Era piccola Amal, ma si ricorda ancora tutto molto bene. A quel tempo vivevano tutti assieme, una numerosa famiglia allargata tipica palestinese. La bomba cadde nel mezzo della stanza e in un attimo la casa crollò.
Gli israeliani dissero che si era trattato di un errore, e l'esercito archiviò il caso come un danno collaterale pur sapendo benissimo che in realtà era stata distrutta una famiglia innocente. Neanche si scomodarono a fare una delle loro solite fasulle indagini militari per scoprire i colpevoli di quel massacro.
Amal ancora oggi non sa come fece a salvarsi. La tirarono fuori dalle macerie dopo tre giorni. Ogni sera prima di dormire maledice quel giorno, avrebbe preferito morire anche lei, come tutti i membri della sua famiglia che oggi continuano severi ad osservarla nella sua miseria quotidiana dal quadro appeso al muro. Solo suo padre si salvò dal disastro, era uscito per comprare qualcosa da mangiare, ma prima di scoprire che lei era ancora viva si fece esplodere nei pressi di un checkpoint vicino Ramallah.
Solo adesso, dopo quasi 30 anni, Amal aveva smesso di odiare suo padre e aveva capito che erano stati il dolore e la disperazione ad averlo spinto a quel gesto.
Ma in fondo non era mai riuscita a perdonare a suo padre di averla abbandonata.
Da allora la vita di Amal si era trasformata in un disastro.
Una zia di Gaza si era presa cura di lei e l'aveva accolta nella sua famiglia. Poi appena ventenne l'aveva costretta a sposare suo figlio Mohammad. Non che a lei non piacesse suo cugino ma lo considerava come un fratello maggiore con cui era praticamente cresciuta insieme. Purtroppo i desideri di Amal non erano importanti e così a soli venti anni si era ritrovata sposata con suo cugino, un eroe della resistenza che durante la seconda intifada, combattendo nella Brigata dei martiri di al-Aqsa, perse una gamba colpita da un cecchino israeliano.
Appena nacque Karama videro subito che c'era qualcosa che non andava. La bambina aveva una malattia genetica piuttosto rara. Amal aveva sempre pensato che non fosse una buona idea sposarsi con suo cugino, quasi avesse avuto come una premonizione che qualcosa sarebbe andato storto. Sembrava che Karama dovesse morire da un momento all'altro, invece aveva una forza incredibile, voleva vivere a tutti i costi e i medici si limitavano a dire che era un miracolo che fosse ancora viva.
Come se non bastasse dopo due anni scoppiò a Gaza la guerra civile che gli portò via suo marito, ucciso in uno scontro a fuoco dalle milizie di Hamas per il suo passato con Fatah. Sembrava incredibile che fratelli che appena sei anni prima avevano combattuto fianco a fianco contro il comune nemico israeliano adesso si uccidessero l'un l'altro.
Eppure è successo anche questo a Gaza.
Quando le dettero la notizia che Mohammad era morto, Amal arrivò a pregare Allah che si portasse via anche lei, il bambino che stava aspettando e Karama. Ma Allah non ascoltò le sue preghiere o comunque aveva un piano diverso per lei e dopo neanche un mese nacque Islam.
Amal crebbe da sola Islam, che per fortuna era sano, e soffriva a vedere sua figlia Karama. La povera bambina, aveva iniziato a respirare male e faticava nel mangiare: la malattia la stava consumando dentro e sua madre deperiva insieme a lei. I medici a Gaza sembravano non capirci niente e Amal aveva provato più volte e in tutti i modi a portare sua figlia a curarsi all'estero, ma gli Israeliani le negavano il permesso per via di suo padre.
Così i suoi nervi e la sua pazienza erano messi a dura prova.
Molto spesso infatti, proprio come gli stava succedendo adesso davanti a quel piatto di riso solitario, Amal si ritrovava a pensare che senso avessero tutti questi sforzi quotidiani per continuare una vita tanto ingiusta e si decideva di farla finita. Poi che Allah si prendesse cura del resto.
Ma in fondo al cuore aborriva l'idea di comportarsi come suo padre e abbandonare in questo modo i suoi figli. In più quando aveva questi pensieri di morte incontrava sempre lo sguardo di sua figlia Karama che nonostante fosse consapevole della malattia che la stava conducendo ad una morte prematura trovava ancora la forza di sorridere e la voglia di andare a scuola e giocare come se avesse ancora cento anni da vivere. Amal credeva che Karama riuscisse a leggerle i pensieri perché ogni volta che si sentiva sconfitta dalla vita la sua bambina le puntava quegli occhietti fissi addosso che la facevano sentire come nuda.
Allora, come ogni sera, aspettava pazientemente che i figli finissero di mangiare, lavava il piatto, addormentava Islam e Karama e poi andava a coricarsi insieme a loro senza più farsi domande ma sollevata nel sentire vicino a sé il calore di quei due piccoli corpicini tanto fragili a cui cercava soltanto di dare un futuro migliore.



Amal looked downward, ashamed, feeling a misery she was forced to live. Sometimes she gave an expansive, but silent, sigh that seemed lift her up from the floor. These sighs were her attempt to chase away an abstract weight inside her. It came from a difficult life, it started badly... and it seemed to become worse and worse.
She was sitting near her two sons on a mattress. They were lying on the floor in front of a frugally bought dinner, it was served on a large, round tray and in the middle of a empty room.
The dinner consisted of some rice with vegetables, if they were especially lucky, they could find a tiny piece of chicken.
Every time Amal looked up from the plate her gaze fell upon the solitary picture that decorates the room. It displayed all the members of her family who became martyrs during the first intifada. This was so because an Israeli air strike completely destroyed their house.
At that moment Amal was just four years old, the same age her youngest son Islam is, who is now disputing over the best bite of the dinner with his sister, and his elder by three years, named Karama.
Amal remembers being a toddler well. At that time her family lived together as a large and generally speaking, they were a typical Palestinian family. The bomb fell in the middle of the room, immediately the house collapsed.
The Israelis declared that it was a mistake, and the army gave a typical collateral damage explanation. They knew that they destroyed an innocent family, I wonder if they care at all about such injustice, an act of murder that they undeniably committed. Afterward they conducted an absurd military investigation to "hopefully" discover the perpetrators of the massacre.
Amal still does not know how she survived.
She was pulled from the rubble after three days of living in it. Every night before sleeping she curses that day. She would rather die like the rest of her family. Today the rest of her family seems to observe her daily misery, they do so from the picture hanging on the wall. Her father was did survive the bombing, he had gone out to buy something to eat, but before discovering that she was still alive he blew himself up near a checkpoint in Ramallah.
Only now, after almost thirty years, Amal stops hating her father and realizes that desperation originating from his situation forced him to commit suicide. Yet she has never really been able to forgive her father for abandoning her.
From that point onward Amal's life was no less of a disaster.
One of Amal's Aunts, who lived in Gaza, welcomed her to the extended family. Then as soon as Amal was in her twenties she was forced to marry her cousin, Mohammad. Amal loved her cousin, but she considered him like her older brother with whom she had practically grown up with, and of course that's why she didn't want to marry him. Unfortunately Amal's wishes were not important and so when she was only twenty years old she married her cousin. He was a hero of the resistance. During the second intifada he fought with the al-Aqsa Martyrs Brigade and lost his leg, which was hit by an Israeli sniper.
As soon as Karama was born they saw immediately that something was wrong. The girl had a rare genetic disease. Amal had always thought that it was not a good idea to marry her cousin, as if she had a premonition that something would go wrong. It seemed that Karama might die at any moment due to such extreme circumstances, instead she had an incredible strength. She wanted to live, no matter the costs. She wanted to have a full life, even though the doctors said it was a miracle that she was still alive.
As if it was not enough, after two years a civil war broke out in Gaza and her husband was killed in a firefight by the militias of Hamas which was at that time against Fatah. Incredibly, brothers who just six years earlier fought side by side against the common Israeli enemy, then killed each other.
When she received the news that Mohammad was dead, Amal implored Allah to carry away Karama with the other child she was carrying in her body. But Allah was unresponsive, in any case there was a different plan for her. Amal's son Islam came into the world after less than one month.
Without any help Amal raised Islam, who fortunately was healthy, unlike Karama. The poor girl started to breathe badly and she had a lot of pains every time she ate: the disease was consuming her from the inside and her mother's health declined with her daughter. The doctors in Gaza did not understand what the disease was. Amal tried several times to take her daughter abroad to get proper treatment, but the Israelis denied permission to for this because of her father.
So her nerves and patience were put to the test in innumerable ways.
Very often, like now in front of that solitary plate of rice, Amal discovered herself thinking why she had to continue a life so unfair. She then decided to put an end to it all, then Allah would have no choice but to act.
Yet deeply in her heart she abhorred the idea of behaving like her father and leaving her children alone. In addition, when she had these thoughts of death she always met the gaze of her daughter Karama, who despite being aware of the disease that was leading her to a premature death she still found the strength to smile. Karama wanted to go to school and to play, as if there were a hundred years to live. Amal believed that Karama could read her thoughts, because every time that Amal felt defeated by such a hard life her little daughter stared at her, thus barring her to go any further with the self pity.
Therefore every night, she patiently waits for the children to finish their food. Then she washes the dishes, puts them to sleep, and then she goes to bed with them, without asking herself more unanswerable questions. The only real feeling of relief for her is from those two tiny, warm and fragile bodies next to her when dreaming. There is no doubt her happiness resides in her children to whom she is just trying to give a better future to.



Amal tenía sus ojos fijos hacia el suelo por la vergüenza de ver la miseria en la que se veía obligada a vivir. A veces parecía casi elevarse desde el suelo por los grandes silenciosos suspiros, casi como quisiera dejar afuera de su cuerpo el peso de una vida difícil que había empezado mal y que parecía, de ser posible, terminar peor.
Estaba sentada con sus dos hijos en un colchón tirado en el suelo delante de la cena frugal servida en una gran bandeja redonda puesta al centro de un cuarto vacío.
La cena consistía en un poco de arroz con algunas verduras en el que, a tener suerte, podría encontrarse un pequeño trozo de pollo.
Cada vez que Amal levantaba la vista su mirada se detenía en el único cuadro que embellecía la habitación y que mostraba todos los miembros de su familia que
se convirtieron en mártires durante la primera intifada cuando una bomba israelí se caió justo al centro de su casa.Entonces Amal tenía sólo 4 años de edad, la misma que tiene hoy su hijo menor Islam que ahora está peleando con su hermana Karama, sólo 3 años mayor que él, el mejor bocado.
Amal era pequeña, pero todavía recuerda todo muy bien. En aquel tiempo vivían todos juntos, una típica larga familia palestina. La bomba se cayó en el medio de la habitación y en un momento la casa se derrumbó.
Los israelíes dijeron que había sido un error y el ejército archivó el asunto como un daño colateral, bien sabiendo de que en realidad destruyeron una familia inocente. Tampoco hicieron una de sus habituales falsas investigaciones militares para descubrir a los autores de la masacre.
Amal todavía no sabe cómo sobrevivió. La sacaron de los escombros después de tres días. Todas las noches antes de dormir maldice ese día, ella prefería morir, al igual que todos los miembros de su familia que continúan hoy a observarla en su miseria cotidiana desde el cuadro colgado en la pared. Sólo su padre sobrevivió al desastre, él había salido a comprar algo de comer, pero antes de descubrir que ella aún estaba viva se inmoló en un puesto de control cerca de Ramallah.
Sólo ahora, después de casi 30 años, Amal había dejado de odiar a su padre después de haberse dado cuenta de que habían sido el dolor y la desesperación a empujarlo hacia aquel acto, pero en el profundo ella nunca había sido capaz de perdonar a su padre por haberla abandonada.
Desde entonces, la vida de Amal se había convertido en un desastre.
Una tía de Gaza se encargó de ella y la acogió en su familia. Luego a los veinte años de edad la obligó a casarse con su hijo Mohammad. Ella quer
ía su primo, pero lo consideraba sólo como un hermano mayor con el que prácticamente había crecido junto. Lamentablemente los deseos de Amal no eran importantes y así con sólo veinte años de edad se encontró casada con su primo, un héroe de la resistencia durante la segunda intifada cuando, luchando en las Brigadas de los Mártires de al-Aqsa, perdió una pierna por culpa de un francotirador israelí.
Apenas Karama nació vieron de inmediato que había algo mal. La niña tenía una enfermedad genética rara. Amal siempre había pensado que no era una buena idea la de casarse con su primo, como si hubiera tenido el presentimiento de que algo iba a salir mal. Parecía que Karama debiera morir en cualquier momento, pero tenía una fuerza increíble, ella quería vivir con toda su alma y los médicos se limitaban a decir que era un milagro que ella aún seguía con vida.
Como si todo esto fuera poco, después de dos años estalló en Gaza la guerra civil en la que se murió su marido que fue asesinado en un tiroteo por las milicias de Hamas para su pasado en las milicias de Fatah. Parecía increíble que hermanos que sólo seis años atrás habían luchado juntos contra el enemigo común de Israel ahora se matasen entre ellos.
Pero incluso esto pasó en Gaza.
Cuando le dieron la noticia de que Mohammad había muerto, Amal rezó Allah que se llevase ella también, con el niño que tenía en su vientre, y Karama. Pero Allah no escuchó sus oraciones o por lo menos tenía un plan diferente para ella y ni siquiera un mes después nació Islam.
Amal, sin la ayuda de nadie, creció Islam que afortunadamente estaba sano, y al mismo tiempo sufría al ver a su hija Karama. La pobre niña, había comenzado a respirar y comer con mucha pena: la enfermedad la estaba comiendo por dentro y la salud de su madre empeoraba con ella. Los médicos de Gaza parecían no tener curación y Amal había intentado varias veces y en todas las formas de llevar a su hija en el extranjero para recibir tratamiento, pero los israelíes le negaban el permiso por el pasado de su padre.
Así que su paciencia y sus nervios estaban puestos a prueba.
Por eso muy a menudo, al igual que ahora delante de ese plato de arroz, Amal se ponía a pensar para que hacer todos estos esfuerzos cotidianos para continuar una vida tan injusta y se decidía en acabar con su vida. Luego que Allah se cargase de todo.
Pero en el fondo de su corazón aborrecía la idea de hacer como su padre y dejar a sus hijos de esta manera. Además, cuando tenía estos pensamientos de muerte siempre veía la mirada de su hija Karama que, a pesar de ser consciente de la enfermedad que la estaba llevando a una muerte prematura, encontraba la fuerza para sonreír y querer ir a la escuela y jugar como si tuviera
todavía cien años para vivir. Amal creía que Karama pudiera leer sus pensamientos, porque cada vez que se sentía derrotada por la vida, su niña la apuntaba con sus pequeños ojos que la hacían sentir como desnuda.
Así que, como todas las noches, esperaba pacientemente a que los niños terminaran su comida, fregaba los platos, ponía a dormir Islam y Karama y luego se acostaba cerca de ellos sin hacerse más preguntas, pero aliviada por sentir el calor de esos dos pequeños y frágiles cuerpos a los que sólo intentaba dar un futuro mejor.

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