04/05/14

Interview by Roberta Verde

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Pito è un attivista italiano che attualmente vive a Gaza.
È stato nei Territori Occupati nel 2012 con l’International Solidarity Movement e fa parte della Rete Italiana ISM (il gruppo italiano di supporto all’International Solidarity Movement).
Il suo percorso ricalca quello di molti altri attivisti: l’adesione a progetti di cooperazione internazionale in altri paesi del mondo, nel suo caso il Nicaragua e l’Ecuador, e poi un graduale avvicinamento alla questione palestinese. 
 
“Ho iniziato a interessarmi attivamente della Palestina nel 2010. Sono stato per la prima volta in Cisgiordania nel 2012, prima ad Al Khalil e poi per un breve tempo anche a Nablus. Ora sono a Gaza dal 15 maggio.” 

Gli chiediamo subito che cosa lo ha colpito di più della realtà palestinese, rispetto alle altre realtà internazionali in cui aveva operato in precedenza.
 
“L’incredibile violenza inflitta ai civili palestinesi dagli israeliani, sia da parte dell’esercito che dei coloni. E questo nel silenzio più assoluto della comunità internazionale, comprendendo in essa non solo Stati Uniti ed Europa ma anche i Paesi Arabi.” 

Di fronte a questa violenza e a questo silenzio, come rispondono i palestinesi? Che cosa si aspettano secondo te dagli attivisti internazionali e dai movimenti di sostegno alla Palestina? 
 
“L’impressione generale che ho ricavato fino ad ora è che chiedano un maggiore coinvolgimento soprattutto nei nostri paesi di appartenenza. In sostanza un maggiore attivismo a casa nostra, per così dire.
Si aspettano che il movimento internazionale sia in grado di agire sui mass media e sui governi dei vari paesi, soprattutto europei e statunitensi, affinché abbandonino le loro politiche di collaborazione con lo stato israeliano.” 

Possiamo dunque dire che questo sostegno passa soprattutto attraverso la divulgazione di notizie e la pressione esercitata sui nostri governi? 
 
“Sì. L’azione divulgativa consiste nel far circolare le notizie – sotto forma di video, foto, resoconti – su quanto avviene quotidianamente in Palestina, notizie che i mass media puntualmente ignorano o censurano. Questo al fine di rompere il muro di silenzio che circonda le politiche colonialiste israeliane e al fine anche di stimolare l’azione politica, che viene esercitata dagli attivisti di ogni parte del mondo e in ogni parte del mondo, e che consiste soprattutto in campagne di pressione sui propri governi e campagne di informazione e di autofinanziamento.” 

Oggi è ancora aperto il dibattito sull’effettiva efficacia dei social network come canali per la circolazione di notizie alternativi ai mass media. In che modo secondo te i social network possono diventare strumenti efficaci in questo senso, e quali sono i risvolti negativi di questo tipo di comunicazione? 
 
“Un attivista che opera in Palestina si trova ad avere un’enorme responsabilità da questo punto di vista, responsabilità che troppo spesso purtroppo viene sottovalutata. Oggi ormai, sfortunatamente (e sottolineo sfortunatamente), molta gente si informa quasi esclusivamente attraverso i social network, di conseguenza ogni frase pubblicata su una di queste piattaforme finisce per acquisire immediatamente uno status di veridicità e di credibilità. Per questo motivo bisogna filtrare con attenzione le notizie ed evitare di diffondere affermazioni superficiali o non verificate.
Bisognerebbe inoltre saper scindere la propria dimensione personale ed emotiva dalla propria identità di attivista, e non rendere pubblici post personali, frasi dettate dall’impulso o con contenuti emotivi. È responsabilità dell’attivista comunicare un quadro il più chiaro possibile non solo della situazione e degli eventi che si verificano in Palestina, ma anche della figura e del ruolo dell’attivista internazionale.” 

Sembri avere una visione piuttosto critica dei social network, eppure riconosci che sono efficaci strumenti di divulgazione di notizie. Da dove nasce dunque questa tua diffidenza? 
 
“È vero che molte informazioni censurate dalla stampa circolano sui social network, ma il problema è che spesso le notizie acquisite in questo modo vengono dimenticate con la stessa velocità con cui sono state lette. Questo perché le modalità di comunicazione tipiche di questi strumenti non favoriscono la riflessione, ma anzi spingono a spostarsi rapidamente da un post a quello successivo senza mai soffermarsi sui contenuti. Ecco perché ritengo che compito dell’attivista sia anche fornire link ad articoli seri di informazione e di approfondimento, a beneficio di chi desidera capire e conoscere la situazione palestinese in modo più completo.” 

Dagli attivisti internazionali che si recano in Palestina, invece, i palestinesi che cosa si aspettano?
 
“Da chi decide di andare in Palestina e condividere con loro le difficoltà quotidiane non si aspettano niente più di quello che già diamo, ovvero solidarietà. La nostra presenza apporta sicuramente benefici alla vita quotidiana di quella porzione di popolazione che si trova a contatto con gli internazionali – i contadini riescono a coltivare la terra, pescatori e pastori non vengono attaccati, i bambini riescono ad andare a scuola più tranquilli etc. – ma sono benefici temporanei e parziali, obiettivi a breve termine che sono solo di corollario a quella che è l’azione principale, cioè il sostegno alla lotta contro l’occupazione attraverso la divulgazione delle notizie e l’azione politica condotta nei confronti dei nostri paesi di origine.” 

Prima parlavi della distinzione tra dimensione personale e ruolo dell’attivista. È importante che un attivista nella sua opera di divulgazione si limiti a riferire solo sulle azioni politiche o a volte anche esperienze di carattere più personale possono contribuire a costruire un quadro della situazione?
 
“Tutto può contribuire a costruire un quadro della situazione, ovviamente, e per quanto ci si sforzi nessuno che sia coinvolto in prima persona è in grado di dare giudizi puramente oggettivi. Quello che si deve evitare è far passare emozioni e sensazioni personali come notizie. E quello che assolutamente si deve evitare è far passare all’estero il messaggio che l’attivista sia una specie di eroe.” 

Immagino che una comunicazione efficace e corretta richieda un’adeguata preparazione personale e politica. Che requisiti deve avere secondo te un attivista per poter affrontare l’esperienza in Palestina? Che tipo di competenze e di esperienze consiglieresti? 
 
“Il requisito indispensabile è un profondo senso di giustizia. È molto importante poi essere persone calme, non troppo emotive, pratiche, realiste e soprattutto umane. Non è necessaria una preparazione specifica, ma bisogna essere capaci di non lasciarsi travolgere emotivamente dagli eventi di cui si è testimoni, soprattutto nel momento in cui si cerca di fare informazione. Consiglierei comunque di fare dell’attivismo o del volontariato in Paesi politicamente meno complessi e meno violenti prima di partire per la Palestina. Per quanto riguarda la Striscia di Gaza invece raccomando caldamente di fare prima un’esperienza, anche breve, nei Territori Occupati. In ogni caso, credo sia importante pensarci bene prima di prendere una decisione come questa. Devi essere sicuro che sia veramente quello che vuoi. Devi capire bene quali sono i tuoi limiti, cosa sei in grado di fare e cosa no, senza farti influenzare da pareri esterni e senza il timore di essere mal giudicato se la ritieni un’esperienza troppo stressante. Non hai obblighi morali verso nessuno. La frase da imparare a memoria per qualsiasi attivista dovrebbe essere: la Palestina è sempre esistita e continuerà ad esistere anche senza di te. Nessuno è indispensabile.” 

Per quale motivo consigli un’esperienza nei Territori Occupati prima di andare nella Striscia di Gaza?
 
“Le attività che un internazionale svolge nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza sono differenti. La differenza principale sta nel fatto che nei Territori Occupati c’è una presenza di soldati e coloni israeliani a diretto contatto con i palestinesi, mentre all’interno della Striscia di Gaza questo problema non c’è. Per un attivista operare nei Territori Occupati comporta uno stress quotidiano dovuto a questo contatto diretto con i militari e i coloni. A Gaza invece lo stress nasce non solo dal pericolo costante di un improvviso attacco israeliano, ma anche dal senso di oppressione generato dal fatto di essere più controllati e di avere scarsa libertà di movimento. Non a caso Gaza è stata definita una prigione a cielo aperto. In ogni caso credo che una previa esperienza nei Territori Occupati sia fondamentale per farsi le ossa, per imparare a lavorare in gruppo sotto condizioni di stress e per comprendere meglio 'la questione palestinese', per usare le parole di Edward Said,
perché la Palestina non è solo Gaza.” 

Quali sono indicativamente le attività in cui sono impegnati gli attivisti in Palestina? 
 
“In linea di massima gli attivisti, soprattutto in passato, hanno sempre principalmente aderito alle attività organizzate sul campo dalle associazioni di sostegno non violento alla resistenza palestinese. In Cisgiordania, per esempio, partecipano alle manifestazioni popolari, al fianco sia dei Comitati popolari per la resistenza non violenta che di altri gruppi e associazioni; accompagnano a scuola i bambini che vivono in aree in cui sono esposti agli attacchi dei coloni; cercano di arginare con la loro presenza soprusi e violazioni dei diritti umani ai checkpoint; cercano di fermare le evacuazioni e le demolizioni di case palestinesi. A Gaza invece per lo più accompagnano al lavoro i contadini le cui terre si trovano presso la buffer zone, per evitare che vengano presi di mira dai soldati israeliani; accompagnano i pescatori affinché non vengano attaccati dalla marina israeliana; documentano e danno notizia degli attacchi quando si verificano, nella speranza che la loro presenza costituisca un deterrente per i militari di Israele.” 

Cosa intendi quando dici 'soprattutto in passato'? Non è più così?
 
“Oggi la situazione è cambiata. Molti degli ‘attivisti’ che sono arrivati a Gaza di recente sono mossi quasi esclusivamente da interessi personali. C’è chi è giornalista di professione e aspetta una nuova Cast Lead per essere l’unico corrispondente occidentale dentro la Striscia; c’è chi invece cerca solo visibilità sui vari social network, Facebook in primis. Queste persone sono spesso attratte solo dalle azioni ‘eroiche’, nella buffer zone o in mare con i pescatori, perché sono quelle che gli permettono di raggiungere i loro personalistici obiettivi. Inoltre, generalmente sono alla loro prima esperienza di attivismo e molto spesso sono addirittura al loro primo viaggio all’estero. Non sanno cosa voglia dire lavorare in gruppo, né cosa voglia dire rispettare le culture locali. Il più delle volte quindi generano solo attriti e contrasti con gli altri attivisti seri, che fanno sempre più fatica a portare avanti progetti con e per i palestinesi.” 

Ritieni quindi che il modello di attivismo proposto dai gruppi presenti in Palestina sia fallimentare? 
 
“Non esattamente. Personalmente, sono contento del mio lavoro svolto in West Bank con l’ISM, che lì lavora benissimo, e sono anche molto contento di far parte della Rete Italiana ISM, a cui appartengono molti attivisti seri che si impegnano quotidianamente e senza tanti proclami per la questione palestinese. In passato, fino alla morte di Vittorio, è stato fatto un ottimo lavoro anche a Gaza dagli internazionali, e dall’ISM in particolare. Ma i tempi cambiano e richiedono nuove linee d’azione e nuovi obiettivi. Questo rinnovamento presuppone un lavoro di riflessione e di rielaborazione delle strategie che però non può essere svolto dalle persone inesperte e malate di protagonismo che sono presenti in questo momento a Gaza, persone che tra l’altro tendono a monopolizzare i gruppi con discussioni inutili.” 

A tuo parere, è possibile che una presenza poco disciplinata di internazionali, o l’ingresso a Gaza di attivisti non adeguatamente preparati, possa in qualche modo danneggiare il movimento di liberazione o la stessa società palestinese? 
 
“Non credo che un attivista poco disciplinato o non adeguatamente preparato possa danneggiare il movimento di liberazione o la società palestinese. Gli attivisti non hanno un peso così determinante, perché come ho già detto la Palestina esiste e resiste con o senza la presenza degli internazionali. Tuttavia credo che una condotta poco corretta da parte di un attivista possa danneggiare l’immagine degli attivisti e dell’attivismo in generale. Molti italiani che sono approdati in Palestina dopo la morte di Vittorio Arrigoni si sono avvicinati all’attivismo sull’onda della reazione emotiva e molto probabilmente avevano e hanno una visione distorta sia della figura dell’attivista che dell’attivismo in Palestina, soprattutto a Gaza. Queste persone contribuiscono a perpetuare questa visione distorta.” 

Sappiamo che in una situazione di repressione e di assedio prolungato come quella palestinese è inevitabile che si creino fratture e divisioni interne. Come ti poni tu rispetto ai conflitti politici interni alla Palestina? 
 
“Come attivista, affianco i palestinesi nella loro lotta contro un’occupazione straniera e a difesa dei diritti umani. Per questo motivo non prendo posizione rispetto ai problemi interni palestinesi. I problemi politici interni fra palestinesi non riguardano gli stranieri e devono essere risolti fra i palestinesi, senza alcuna interferenza esterna. Al contrario, quello di cui i palestinesi hanno bisogno, e quello che infatti ci chiedono, è che ci sia intesa e unità tra i diversi gruppi di internazionali, soprattutto nella Striscia di Gaza.” 

Dicevi prima che non è necessario, né sempre auspicabile, andare in Palestina per appoggiare la resistenza palestinese. Quali strumenti ha a disposizione un attivista che voglia sostenere la causa di questo popolo dal proprio paese? 
 
“Lo scopo principale che l’attivismo per la Palestina si dovrebbe porre è quello di far capire ai governi di turno che non tutti i cittadini sono addormentati, che esistono movimenti di persone che non accettano nel 2014 che uno stato possa perseguire una politica di occupazione e di pulizia etnica come quella israeliana. Movimenti di persone che sono disposte a lottare per far conoscere la situazione e per coinvolgere più gente possibile. Obiettivo principale a lungo termine è quindi quello di far cambiare politica ai governi dei vari paesi in modo che cambino gli equilibri internazionali, che Israele perda l’appoggio degli altri stati e sia quindi costretto a rinunciare al progetto sionista perché condannato dalla comunità internazionale. Di conseguenza, esistono molteplici possibilità di azione politica – dalla raccolta di fondi, alla divulgazione delle notizie che arrivano dalla Palestina, a qualunque forma di pressione esercitata sui propri governi – per appoggiare la causa palestinese in modo efficace e consono alle richieste della società palestinese stessa. In particolare, uno strumento molto incisivo per sostenere la Palestina dall’esterno è aderire al movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni). Il boicottaggio è una forma di lotta che se usata con intelligenza può dare risultati impressionanti (ha ad esempio contribuito molto nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa) ed è uno strumento che colpisce Israele nel vivo, sul piano del profitto.” 

Che cosa pensi del turismo in Palestina? Alcune organizzazioni lo sconsigliano, lo ritengono inopportuno. Qual è la tua opinione in proposito?
 
“Se fatto con criterio e buon senso anche il turismo può diventare un’ ‘arma’ utile per far conoscere a più persone possibili cosa succede in questa parte del mondo. Naturalmente dipende dal modo in cui lo si fa. Però escludere il turismo a priori a me sembra una forma di accettazione dello status quo, una sorta di ratificazione dell’occupazione israeliana come dato di fatto incontrovertibile; un po’ come stabilire che nulla può essere cambiato e che quindi non resta altro che evitare quei luoghi in quanto pericolosi. Se è questo che si intende, non sono d’accordo. Anche se riconosco di provare io stesso un senso di fastidio quando vedo gruppi più o meno numerosi di turisti spostarsi per una settimana o dieci giorni tra mille posti diversi accompagnati da una guida, per poi tornare a casa convinti di conoscere la Palestina. La situazione palestinese è troppo complessa per poter essere inquadrata nel corso di un giro turistico ed è difficile da decifrare anche per chi fa attivismo da casa propria. Quello che è importante è che ognuno dia il proprio contributo nel rispetto e nella consapevolezza delle proprie competenze e dei propri limiti.” 



Pito is an Italian activist who now lives in Gaza.
He spents some time in West Bank in 2012 with the International Solidarity Movement and he is a member of the Rete Italiana ISM (the Italian support group of the International Solidarity Movement).
His activist experience is very similar to that of many other activists: he joined the international cooperation projects in other countries of the world like Nicaragua and Ecuador, and then he gradually approached the Palestinian issue. 
 
"I became actively interested in Palestine in 2010. In 2012 for the first time I went to the West Bank, prior to Al Khalil and then for a short time even in Nablus. Now I am living in Gaza since May 15th."

First of all we ask him about what shocked him of the Palestinian reality, compared to other international contexts in which he had operated previously.

"The incredible violence inflicted on Palestinian people by the Israeli army and the Israeli settlers. And this in the absolute silence of the international community, including , not only the United States and Europe but also the Arab countries."

How the Palestinians respond to this violence and this silence? What do they expect from the international activists and from the movements supporting Palestine?

"The general impression I got so far is that they ask for a greater involvement especially in our countries.
They believe that the international community will be able to put pressure on the mass media and the European and U.S. governments to abandon their policy of collaboration with the Israeli state."

Therefore can we say that this support goes mainly through the divulging of news and the pressure on our governments?

"Yes. This consists of circulating the news - with videos, photos, reports - about what is happening daily in Palestine, that the main mass media regularly ignore or censor. In this way we can break the wall of silence surrounding the Israeli colonialist policies and stimulate political action, that is exerted by activists from all over the world and in every part of the world, which consists mostly of pressure campaign’s on their governments and information campaign."

Today, the debate is still open on the actual effectiveness of social networks as alternative channels to the media for the circulation of the news. How do you think social networks can become effective tools in this sense, and what are the downsides of this type of communication?

"Activists working in Palestine have an enormous responsibility from this point of view, a responsibility which, unfortunately, is too often underestimated. Today unfortunately (and I'd like to highlight unfortunately) many people look for the news almost exclusively through social networks, so every sentence published on these platforms immediately acquires a status of truthfulness and credibility. For this reason it is necessary to filter the news carefully and not spread superficial or unverified claims.
Activists should also be able to keep separate their personal and emotional dimension from their identity as an activist, and not to publish personal post’s with emotional content. Activists have the responsibility to communicate a picture as clear as possible not only of the Palestinians situation and of the events that occur in Palestine, but also of the figure and the role of the international activists."

You seem to criticize the social networks, yet you recognize that they are effective tools for divulging news. Where does your skepticism come from?

"It's true that a lot of information censored by the main mass media circulates on social networks, but the problem is that often the news acquired in this way are forgotten as fast as they were read. This is because this kind of communication does not make people think, but rather they force you to move quickly from one post to the next without ever dwelling on the content. That's why I believe that activists have also to provide links to serious and in-depth information articles for the benefit of those who want to fully understand and learn about the Palestinian situation."

What do the Palestinians expect by the international activists going to Palestine?

"From people who decide to go to Palestine and to share with them the daily difficulties they do not expect anything more than what activists already give to them: solidarity. Our presence certainly brings benefits to the daily life of that portion of the population that is in contact with the internationals - the farmers are able to cultivate the land, fishermen and shepherds are attacked less, children are able to go to school more peacefully than whitout international people etc. - But the benefits are temporary and partial, they are short-term goals just a corollary to the main action, namely support for the struggle against the occupation through the spreading  of news and through the political action taken in respect of our countries."

Before you were talking about the distinction between the personal dimension and the role of the activist. In your opinion, is it important that an activist, spreading the news, has only to report on policy actions or sometimes even more personal experiences can help to build a picture of the situation?

"Of course everything can help to build a picture of the situation and in spite of our efforts none involved in the first person is able to be purely objective. What you should avoid is to get emotions and personal feelings as news. And what you absolutely must avoid is to get the message abroad that the activist is some kind of hero. "

I guess that an effective and correct communication requires an adequate knowledge both personal and political. What requirements do an activist need to face experience in Palestine? What kind of skills and experience would you recommend?


"The prerequisite is a deep sense of justice. It is very important to be calm and not too emotional, be practical, realistic and above all human. No specific preparation is required, but you must be able to be not too emotionally involved by the events which you have witnessed, especially when you try to inform. Anyway before coming to Palestine I recommend people engage in activism or volunteering in other countries politically less complex and less violent than Palestine. Regarding to the Gaza Strip I highly recommend people have prior experience, even briefly, with the West Bank. In any case, I think it is important to think twice before making a decision like this. You have to be sure it's really what you want. You must understand what your limitations are, what you are able to do and what not, without being influenced by external opinions without fear of being misjudged if you believe the experience too stressful. You have no moral obligations to anyone. The phrase to memorize for any activist should be: Palestine has always existed and will continue to exist without you. No one is indispensable."

Why do you advice experience in the West Bank before going to the Gaza Strip?


"There are completely different activities between West Bank and Gaza. The main difference is that in the West Bank Israeli army and settlers are in direct contact with the Palestinians. This direct contact with the military and settlers produces an everyday stress to an activist operating in the West Bank. In Gaza stress is induced not only by the constant danger of a sudden Israeli attack, but also by a sense of oppression generated by being more controlled and by having little freedom of movement. That's why Gaza has been defined as an open-air prison. In any case I think that prior experience in the West Bank is essential to gain experience, to learn how to work in a team under stressful conditions and to better understand 'the Question of Palestine', to use Edward Said's words, because Palestine is not only Gaza."

Which kind of activities do activists do in Palestine?

"Broadly speaking, especially in the past, activists have always adhered mainly to the activities in the field organized by associations supporting non-violent Palestinian resistance. In the West Bank, for example, they participate in popular demonstration on the side of the Popular Committees for non-violent resistance and with other groups and associations; they attend and protect children who live in areas where they are exposed to attacks by settlers; they try with their presence to prevent abuses and violations of human rights at checkpoints; they try to stop the evacuations and demolitions of Palestinian homes. In Gaza instead they mostly work with the farmers whose lands are located in the buffer zone to prevent them from being targeted by Israeli soldiers; they sail with fishermen to prevent them from being attacked by the Israeli navy; they document and inform of the attacks when they occur hoping that their presence discourage the Israeli army."

What do you mean with 'especially in the past'? Is it no longer like this?


"Today the situation has changed. Many of the 'activists' recently arrived in Gaza came almost exclusively for self-interests. Some Journalists, expecting a new cast lead, wish to be the only western correspondent in Gaza, someone else only wants to reach visibility on social networks, Facebook in particular. These people are often attracted only by the 'heroic' actions, in the buffer zone or at sea with the fishermen, because these kind of actions help them to achieve their personalistic goals. Furthermore they are inexperienced as an activist and very often even on their first trip abroad. They do not know how to work in a group, or how to respect local cultures. Most of the time they only generate frictions and disputes with other serious activist and in this way to carry out projects with and for the Palestinians is increasingly difficult."

Are you saying that the model proposed by activist groups in Palestine is disastrous?


"Not exactly. Personally I think ISM works very well in West Bank and I'm also very happy to be part of «Rete Italiana ISM» in which there are many serious activists who are committed on a daily basis to the Palestinian issue. In the past, before Vittorio Arrigoni murder, international activist and ISMers in particular, they did a great job in Gaza. But times change and new lines of action and new goals are required. This renewal requires a process of reflection and a revision of strategies but it can not be done with some of the activist without experience and obsessed by popularity who are living now in Gaza. Among other things most of the time these people monopolize groups with useless discussions."

In your opinion, is it possible that an undisciplined international presence or activists not properly prepared could in any way damage the Palestinian liberation movement or generally speaking Palestinians?

"I do not think that an undisciplined or a not properly prepared activist can damage the Palestinian liberation movement or the Palestinian society. Activists are not so important because, as I said before Palestine exists and resists with or without international presence. However, I believe that any inappropriate behavior of an activist can damage the image of activists and activism in general. Many Italians who arrived in Palestine after Vittorio Arrigoni murder approached activism in an emotional way and probably they have a distorted idea of activism and activists in Palestine, especially in Gaza. These people help to perpetuate this distorted point of view."

We know that in a situation of repression and prolonged siege as in Palestine it is inevitable that there are fractures and internal divisions. How do you act with respect to the internal political conflicts in Palestine?


"As an activist, I support Palestinians in their struggle against an enemy occupation and defending human rights. For this reason I do not take position with respect to the internal Palestinian problems. The internal political problems between the Palestinians do not concern foreigners and they must be resolved between the Palestinians, without any outside interference. On the contrary, what the Palestinians ask of us is unity among different groups of international, especially in the Gaza Strip."

You said before that it is not necessary nor always desirable to go to Palestine to support the Palestinian resistance. What tools available do activists have to support Palestinians from their own country?


"The main purpose that activism for Palestine should  reach,  is to show to our governments that not all citizens are asleep, that there are movements of people that do not accept in 2014 that a state can pursue a policy of occupation and ethnic cleansing as Israel is doing. Movements of people who are willing to fight to raise awareness of the situation and to involve as many people as possible. Therefore the main long term goal is to change the policy of the governments around the world so that it will change the international balance of power, Israel will lose the support of other countries and so they will be forced to renounce their Zionist project because it is condemned by the international community. To reach this goal there are many different political action - from the fundraising and the spreading of news coming from Palestine, to any form of pressure on our governments - to support the Palestinian cause in an effective and appropriate way according to the Palestinian society itself. In particular, a very powerful tool to support Palestine from the outside is to join the BDS movement (Boycott, Divestment and Sanctions). The boycott is a non violent kind of struggle that if it is used intelligently it can give impressive results (for example, it has contributed in the fight against apartheid in South Africa) and it is a tool that affects Israel in terms of profit."

What do you think about tourism in Palestine? Some organizations advise against it, they consider it inappropriate. What is your opinion about this?

"If you do tourism wisely even tourism can become a useful 'weapon' to let people know what happens in this part of the world. Of course it depends on the way you do it. However to exclude tourism totally seems to me a form of acceptance of the status quo, a kind of ratification of the Israeli occupation as incontrovertible fact; it's like to establish that nothing can be changed and that we can do nothing so it is better to avoid those places because they are dangerous. If this is what you mean advising against tourism, I do not agree. Even if I myself try a sense of discomfort when I see groups of tourists moving for a week or ten days in a thousand different places accompanied by a guide and then they return home convinced that they know Palestine. The Palestinian situation is very complex, it is impossible to understand it during a tour and it is difficult to decipher it even for those who do activism from home. What is important is that everyone make a contribution in respect and awareness of their own skills and limits."



Pito es un activista italiano que ahora vive en Gaza.
Estubo en West Bank en el 2012 con el International Solidarity Movement y es miembro de la Rete Italiana ISM (el grupo italiano de apoyo al International Solidarity Movement).
Su viaje es similar a lo de muchos otros activistas: adhesión a proyectos de cooperación internacional en otros países del mundo, en su caso, Nicaragua y Ecuador, y luego un acercamiento gradual a la cuestión palestina.


"Me interesé en forma activa de Palestina en el 2010. Estuve por primera vez en West Bank en el 2012, primero en Al Khalil y luego por un tiempo más corto también en Nablus. Ahora vivo en Gaza desde el 15 de mayo"

Nuestra primera pregunta para Pito es lo qué más le impactó de la realidad palestina, en comparación con otros contextos internacionales en los que había operado previamente.

"La increíble violencia hacia los civiles palestinos actuada por el ejército israelí y por los colonos. Y esto en el absoluto silencio de la comunidad internacional, incluyendo en ella no sólo los Estados Unidos y Europa, pero también los países árabes. "

Frente a esta violencia y a este silencio, cómo responden los palestinos? ¿Qué es lo que ellos esperan de los activistas internacionales y de los movimientos de apoyo a Palestina?

"Hasta ahora mi impresión general es que ellos piden una mayor participación, especialmente en nuestros países de origen. Básicamente, un mayor activismo en nuestro paises occidentales. Ellos esperan que el movimiento internacional pueda presionar sobre los medios de comunicación y los gobiernos de varios países, especialmente en Europa y los EE.UU., para que abandonen su política de colaboración con el Estado de Israel".

Por tanto podemos decir que esta ayuda se actúa principalmente a través de la difusión de noticias y la presión sobre nuestros gobiernos?

"Sí. La acción de divulgación consiste en hacer circular las noticias - en forma de vídeos, fotos, informes - sobre lo que ocurre a diario en Palestina, que los medios de comunicación regularmente ignoran o censuran. Se trata de romper el muro de silencio que rodea a las políticas colonialistas israelíes y también estimular la acción política, que es ejercida por los activistas de todo el mundo y en todas las partes del mundo, que consiste sobre todo en campañas de presión sobre sus gobiernos y campañas de información".

Hoy sigue abierto el debate sobre la eficacia real de las redes sociales como canales alternativos a los medios de comunicación para la circulación de información. ¿Crees que las redes sociales puedan convertirse en instrumentos eficaces en este sentido, y cuáles son las desventajas de este tipo de comunicación?


"Un activista que opera en Palestina tiene una enorme responsabilidad desde este punto de vista, una responsabilidad que, por desgracia, demasiado a menudo está subestimada. Hoy lamentablemente (y quiero recalcar lamentablemente), muchas personas se informan casi exclusivamente a través de las redes sociales, por eso cada frase publicada en estas plataformas adquieren de inmediato un estado de veracidad y credibilidad. Por esta razón, es necesario filtrar las noticias cuidadosamente y evitar de difundir noticias superficiales o no verificadas.
También un activista debería ser capaz de separar su dimensión personal y emocional de su identidad como activista, y no difundir en público frases personales escritas por impulso o con contenido emocional. Es responsabilidad del activista comunicar una imagen lo más clara posible no sólo de la situación y de los acontecimientos que ocurren en Palestina, sino también de la figura y del papel del activista internacional.

Parece que tienes una visión bastante crítica de las redes sociales, sin embargo, reconoces que son instrumentos eficaces para la difusión de noticias. ¿De donde nace entonces tu sospecha?

"Es cierto que mucha información censurada por la prensa circula en las redes sociales, pero el problema es que a menudo las noticias adquiridas de esta manera se olvidan con la misma velocidad con la que se leyeron. Esto es debido a que el modo de comunicación típico de estas herramientas no ayuda la reflexión, sino más bien se pasa rápidamente desde un aporte hacia otro sin detenerse en el contenido. Es por eso que creo que la tarea del activista sea también la de proporcionar enlaces a artículos serios  y más detallado de información para el beneficio de aquellos que quieren entender y aprender acerca de la situación palestina más plenamente".

¿Que esperan los palestinos desde los activistas internacionales que van a Palestina?

"Desde aquellos que deciden ir a Palestina y compartir con ellos las dificultades cotidianas no esperan nada más de lo que ya ofrecemos: solidaridad. Nuestra presencia sin duda aporta beneficios para la vida cotidiana de esa porción de población que está en contacto con activistas internacionales - los agricultores pueden cultivar la tierra, los pescadores y los pastores no son atacados, los niños pueden ir a la escuela más tranquilo etc - pero estos son beneficios temporales y parciales a corto plazo, que son sólo un corolario de la acción principal, es decir el apoyo a la lucha contra la ocupación a través de la difusión de noticias y de la acción política en nuestro países de origen."

Antes hablabas de la distinción entre la dimensión personal y el papel del activista. Es importante que un activista en su labor de difusión se limite a sólo informar sobre las acciones políticas o a veces incluso una experiencia más personal puede ayudar a construir una imagen de la situación?

"Todo puede ayudar a construir una imagen de la situación, por supuesto, y es muy difícil que alguien involucrado en primera persona sea capaz de formular juicios puramente objetivos. Lo que es importante es evitar de transmitir emociones y sentimientos personales como noticia. Y absolutamente necesario es evitar de dar el mensaje de que el activista es una especie de héroe".

Supongo que una comunicación efectiva y correcta requiera una preparación personal y política adecuada. ¿Qué requisitos tiene que tener un activista para enfrentar la experiencia en Palestina? ¿Qué tipo de habilidades y de experiencias recomiendas?


"El requisito indispensable es un profundo sentido de la justicia. Es muy importante mantener la calma y no ser demasiado emocional, ser práctico, realista y sobre todo humano. No se requiere ninguna preparación específica, pero es necesario ser capaz de no ser demasiado involucrado emocionalmente en los hechos de lo que se ha sido testigo, especialmente cuando se trata de hacer información. Aun así recomiendo que se haga activismo o voluntariado en países políticamente menos complejos y menos violentos antes de partir hacia Palestina. Con respecto a la Franja de Gaza recomiendo que se haga antes una experiencia, aunque sea brevemente, en los Territorios Ocupados. En cualquier caso, creo que es importante pensar dos veces antes de tomar una decisión como esta. Tienes que estar seguro de que es realmente lo que quieres. Debes entender cuáles son tus limitaciones, lo que eres capaz de hacer y lo que no, sin dejarse influenciar por opiniones externas y sin temor a ser mal juzgado si crees que la experiencia es demasiado estresante. No tienes obligaciones morales a nadie. La frase que cualquier activista debería memorizar es: Palestina siempre ha existido y siempre seguirá existiendo sin ti. Nadie es indispensable".

¿Por qué es importante una experiencia en los Territorios Ocupados antes de entrar en la Franja de Gaza?


"Las actividades que un activista internacional lleva a cabo en los Territorios Ocupados y en la Franja de Gaza son diferentes. La principal diferencia es que en West Bank hay una presencia de colonos y soldados israelíes en contacto directo con los palestinos, mientras que dentro de la Franja de Gaza este problema no existe. Operar en los Territorios Ocupados causa un estrés diario por ser a contacto directo con los militares y los colonos. En Gaza el estrés es debido no sólo por el constante peligro de un ataque Israelí, sino también por una sensación de opresión general por estar más controlado y tener poca libertad de movimiento. No es una casualidad que Gaza ha sido definida una prisión al aire libre. En cualquier caso, creo que una experiencia previa en los Territorios Ocupados es esencial para ganar experiencia, para aprender a trabajar en grupos en condiciones de estrés y para comprender mejor 'la cuestión palestina', como la definía Edward Said, ya que Palestina no es sólo Gaza."

¿Cuáles son más o menos las actividades que hacen los activistas en Palestina?

"Los activistas, sobre todo en el pasado, siempre han adherido principalmente a las actividades organizadas por las asociaciones de apoyo a la resistencia palestina no violenta. En West Bank, por ejemplo, participan a las demostraciones populares juntos a los Comités de Resistencia Popular no violenta y a otros grupos y asociaciones; acompañan a la escuela a los niños que viven en áreas donde están expuestos a los ataques de los colonos; tratan de detener con su presencia los abusos y las violaciónes de los derechos humanos en los retén; tratan de detener los desplazamientos forzados y las demoliciones de viviendas palestinas. En Gaza acompañan en su trabajo a los agricultores cuyas tierras se encuentran en la 'buffer zone'  para evitar que los soldados israelíes les disparen; acompañan a los pescadores para que no sean atacados por la marina israelí; documentan y dan noticias de los ataques cuando se producen, con la esperanza de que su presencia actúe como elemento disuasorio para el ejército israelí".

¿Qué quieres decir cuando dices 'sobre todo en el pasado'? Esto ya no es así?

"Hoy en día la situación ha cambiado. Muchos de los 'activistas' que han llegado a Gaza recientemente han venido casi exclusivamente por intereses personales. Hay quien es periodista de profesión y espera una nueva Operación Plomo Fundido para ser el único periodista occidental en la Franja de Gaza; hay otros que buscan sólo visibilidad en varias redes sociales, Facebook en particular. Estas personas se sienten atraídos sólo por las acciones 'heroicas', en la buffer zone o en el mar con los pescadores, porque son aquellas que les permiten alcanzar sus objetivos personales. Además, muchas veces están en su primera experiencia como activistas y incluso en su primer viaje al extranjero. Ellos no saben lo que significa trabajar en un grupo, ni de lo que significa respetar las culturas locales. La mayor parte del tiempo entonces sólo generan fricciones y disputas con otros activistas serios y por esto es cada vez más difícil llevar a cabo proyectos con y para los palestinos".

¿Crees entonces que el modelo de activismo propuesto por los grupos en Palestina es un desastre?

"No exactamente. Personalmente estoy contento con mi trabajo en Cisjordania con el ISM, que funciona muy bien allí, y también estoy muy feliz de ser parte de la 'Rete Italiana ISM', donde hay muchos activistas serios que están comprometidos a la cuestión palestina en una base diaria y sin muchas proclamas. En el pasado, hasta el homicidio de Vittorio Arrigoni, se ha hecho un gran trabajo en Gaza por organizaciones internacionales, y en particular por el ISM. Pero los tiempos cambian y requieren de nuevas líneas de acción y nuevas metas. Esta renovación requiere de un trabajo de reflexión y de revisión de estrategias, que no puede ser realizado por personas sin experiencia y obsesionadas por protagonismo como las que están presentes en este momento en Gaza, que entre otras cosas monopolizan los grupos con discusiones inútiles ".

En tu opinión ¿es posible que una presencia internacional no disciplinada, o el ingreso en Gaza de activistas no preparados adecuadamente, pueda perjudicar de cualquier modo el movimiento de liberación o la misma sociedad palestina?

"No creo que un activista indisciplinado o no adecuadamente preparado pueda dañar el movimiento de liberación o la sociedad palestina. Los activistas no tienen un peso tan importante, porque como he dicho antes la Palestina existe y resiste con o sin la presencia de la comunidad internacional. Sin embargo creo que una conducta no adecuada por un activista pueda dañar la imagen de los activistas y del activismo en general. Muchos italianos que llegaron a Palestina después del homicidio de Vittorio Arrigoni se han acercado al activismo por una reacción emocional y muy probablemente tuvieron y tienen una visión distorsionada de la figura de los activistas y del activismo en Palestina, especialmente en Gaza. Estas personas ayudan a perpetuar esta visión distorsionada".

Sabemos que en una situación de represión y asedio prolongado como en Palestina es inevitable que occurran fracturas y divisiones internas. ¿Cómo te pones con respecto a los conflictos políticos internos en Palestina?

"Como activista estoy al lado de los palestinos en la lucha contra la ocupación extranjera y para la defensa de los derechos humanos. Por esta razón, no tomo posición con respecto a los problemas internos palestinos. Para mi los extranjeros no tienen nada que ver con los problemas políticos internos entre los palestinos que deben ser resueltos entre los palestinos mismos, sin ninguna interferencia exterior. Por el contrario, lo que los palestinos necesitan, y de hecho lo que nos piden, es unidad entre los diferentes grupos de internacionales, especialmente en la Franja de Gaza ".

Antes decías que no es necesario ni siempre deseable ir a Palestina para apoyar la resistencia palestina. ¿Qué herramientas tiene disponible un activista que quiera apoyar la causa de este pueblo desde su propio país?

"Para mi el principal propósito del activismo para la Palestina es hacer que los gobiernos entiendan que no todos los ciudadanos están durmiendo, que hay movimientos de personas que no aceptan en el 2014 que un Estado pueda aplicar una política de ocupación y de limpieza étnica como hace Israel. Que hay movimientos de personas que están dispuestos a luchar para crear conciencia de la situación y para implicar en esta lucha al mayor número posible de personas. El principal objetivo en el largo plazo, por lo tanto, es cambiar la política de los gobiernos de los distintos países para que puedan cambiar el equilibrio del poder internacional, para que Israel pierda el apoyo de otros estados y luego se vea obligado a renunciar al proyecto sionista ya que es condenado por la comunidad internacional. Para hacer esto, hay muchas posibilidades de acción política - desde la colecta de fondos y la divulgación de las noticias, hasta cualquier forma de presión sobre los gobiernos - para apoyar la causa palestina de una manera eficaz y adecuada a las demandas de la propia sociedad palestina. En particular, una herramienta muy poderosa para apoyar a Palestina desde el exterior es unirse al movimiento BDS (Boicot, Desinversiones y Sanciones). El boicot es una forma de lucha que utilizada de manera inteligente puede dar resultados impresionantes (por ejemplo, ha contribuido mucho en la lucha contra el apartheid en Sudáfrica) y es una herramienta que afecta a Israel en vivo, en términos de ganancia."

¿Qué opinas del turismo en Palestina? Algunas organizaciones no lo aconsejan, lo consideran inapropiado. ¿Cuál es su opinión sobre esto?

"Si hecho con juicio y de manera inteligente también el turismo puede convertirse en un 'arma' útil para que más personas puedan saber lo que sucede en esta parte del mundo. Por supuesto, depende de como se hace turismo. Sin embargo rechazar el turismo a priori me parece una forma de aceptación del statu quo, una especie de ratificación de la ocupación israelí como un hecho incontrovertible; como establecer que nada se puede cambiar y nada se puede hacer y por eso es mejor evitar esos lugares porque son peligrosos. Si esto es lo que quieres decir, no estoy de acuerdo. A pesar de que a veces yo también me siento incomodo cuando veo a grupos más o menos numerosos de turistas que se mueven por una semana o diez días en mil lugares diferentes, acompañados por un guía y luego vuelven a casa convencidos de que ellos conocen Palestina. La situación palestina es demasiado compleja para ser comprendida en el curso de un viaje turístico, y es difícil de comprender incluso para aquellos que hacen activismo desde su casa. Lo que es importante es que cada uno contribuya en el respeto y en el conocimiento de sus propias capacidades y de sus límites".